Pirati e mercanti del business musicale / “Le vie della musica sono infinite. Morto il Drm sparisce anche l’ultimo baluardo di controllo della musica in rete, generando non poche preoccupazioni tra le pop star. Ma libertà di musica vuol dire necessariamente pirateria? Il dubbio amletico assilla lo show business ormai da qualche anno, portando alcuni lungimiranti artisti ad optare per i Creative Commons, licenze “flessibile” per le proprie opere dell’ingegno. Rimane il fatto innegabile che una maggiore libertà di divulgazione implica anche notorietà e cultura musicale, come dire non tutti i mali vengono per nuocere a chi la musica la produce…”
Out of Print e la censura d’opera / “I CD degli Animal Nightlife sono tutti “out-of-print”. La richiesta è troppo bassa. Non coprirebbe i costi di stampa e distribuzione dei CD e quindi il detentore dei diritti (che NON è l’autore) ha deciso di abbandonare questo prodotto. Per ragioni a me francamente incomprensibili, questi brani non sono disponibili nemmeno sotto forma di file (che, ovviamente, hanno un costo di stampa e distribuzione pari a zero). Il copyright su questi brani è però ancora valido, e lo sarà ancora per decenni. Di conseguenza, non è legale scaricare questi brani da una rete P2P e farsi un CD autocostruito. Si tratterebbe di pirateria. Meno che mai si potrebbe stampare e pubblicare un CD “alternativo” per colmare questa lacuna. Bisognerebbe raggiungere un accordo con l’editore e, come potete immaginare, l’editore quasi certamente non è disponibile a discutere di queste cose con privati cittadini e nano-editori musicali. Bisognerebbe essere almeno un editore musicale di livello nazionale per iniziare una trattativa del genere (e mettere sul piatto almeno qualche decina di migliaia di euro)….”
Il pasticciaccio brutto dell’ebook censurato da Apple / “La notizia appare semplice. Apple ha deciso di togliere dal proprio App Store un ebook il cui contenuto è stato considerato osceno. Questa appunto, la notizia. Ma ve ne è almeno un’altra che dovrebbe essere messa nella dovuta luce. Vale a dire il ruolo che una certa azienda si assume nel momento stesso che decide di offrire un servizio. L’App Store impone a chi decide di usarlo, una serie di obblighi (che sono vincolanti solo per alcuni, ma non per tutti). Ma ancora, non è qui il nocciolo della questione. C’è una cosa che si chiama libertà di espressione. Personalmente credo che se libro elettronico oggetto della diatriba è stato escluso, è proprio perché contiene linguaggio e parti oscene. Eppure nessuna azienda, anche la più “cool” del pianeta può impedirne la distribuzione. In base a quali criteri si è pervenuti alla decisione? Chi è stato a fissarli, e come si è arrivati a essi? Chi infine ha deciso: una persona, o un gruppo? No, non rispondete in coro: c’è l’accordo che si sottoscrive nel momento in cui si accetta di distribuire il proprio prodotto sull’App Store. Apple può vigilare affinché sul suo Store non finiscano prodotti che violino i propri o altrui copyright; come abbiamo già scritto, se a violare i termini è un amico, si chiude un occhio, anzi due. Ma non credo proprio che nel suo accordo si arroghi anche il diritto di decidere chi o cosa pubblicare. Non le compete. Perché se così fosse, e voi che leggete non vi vedete nulla di male, allora avete un problema. E pure grande…”
Le Major non perseguiranno più i “pirati”: marcia indietro? Non proprio / “È di questi giorni l’annuncio che la R.I.A.A. (Recording Industry Association of America), l’associazione che protegge i diritti dei produttori discografici americani, ha deciso di cambiare strategia nella sua lunga battaglia nei confronti della pirateria e del download illegale di file musicali protetti da copyright, che la vede da anni opposta alla nutritissima comunità mondiale dei P2P (Peer to Peer). In sostanza la decisione stabilisce che l’Associazione non perseguirà più, attraverso le note vie legali, i singoli downloader. Marcia indietro dunque e battaglia finita con la vittoria del popolo del no copyright? Non esattamente, anzi…”
Francia, la pirateria è una cascata di responsabilità / “I colpevoli di ledere i diritti dell’industria dei contenuti? Sono gli utenti della rete, sono gli autori dei servizi di sharing, sono coloro che offrono agli utenti la possibilità di accedere ai servizi di sharing. È così che la denuncia della Société civile des Producteurs de Phonogrammes en France (SPPF) si abbatte a cascata su tutta la catena del valore della condivisione in rete, legali o illegali che siano i contenuti scambiati. SPPF, associazione che raduna produttori di musica, aveva denunciato nel 2007 gli sviluppatori di Vuze (in precedenza Azureus), Limewire, Morpheus e Shareaza, per il quale SPPF aveva chiamato in causa SourceForge, sui cui server è ospitato il codice a cui lavorano gli sviluppatori. Tutto era stato bloccato: le autorità avrebbero dovuto verificare che la azioni legali che coinvolgessero prodotti non francesi rientrassero nella giurisdizione delle corti locali. Il Tribunal de Grande Instance di Parigi ha dato l’autorizzazione a procedere…”